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SCIENTIFICO IN MEDICINA
La Psiconeuroendocrinoimmunologia
La Psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI) si sta imponendo come una nuova
sintesi, un modello scientifico di riferimento che consente di conoscere il
reale funzionamento dell’organismo umano in salute e in malattia. Non è
possibile, infatti, studiare efficacemente l’attività del sistema nervoso,
dell’endocrino, dell’immunitario e della psiche, separandoli tra loro: nella
realtà del vivente i sistemi s’influenzano reciprocamente, dialogano tra
loro, usando molecole che, al tempo stesso, possono fungere da
neurotrasmettitori, ormoni e citochine.
Inoltre, lo studio delle
emozioni, la definizione delle aree cerebrali interessate e la loro
connessione con il sistema dello stress e quindi con l’immunità, sta
fornendo la base scientifica per chiudere, definitivamente, la storica
separazione, contrapposizione, tra la mente e il corpo.
La
psiconeuroendocrinoimmunologia studia quindi l’organismo umano nella sua
interezza e nel suo fondamentale rapporto con l’ambiente, nell’accezione più
vasta del termine.
Con la PNEI si afferma, pertanto, una visione
olistica, scientificamente fondata, della medicina, che consente il dialogo
e il recupero di tradizione mediche antiche e non convenzionali che si
prestano alla verifica scientifica, nel quadro di una medicina integrata, di
una nuova, superiore, sintesi medica.
La Società italiana di
psiconeuroendocrinoimmunologia
Un gruppo di studiosi e ricercatori della facoltà di medicina
dell’Università La Sapienza e d’altre istituzioni scientifiche romane, ha
dato vita alla Società Italiana di PsicoNeuroEndocrinoImmunologia (SIPNEI),
organizzazione non lucrativa di utilità sociale.
“La Società ha lo scopo:
di promuovere gli studi in campo psiconeuroendocrinoimmunologico, in
modo integrato e all’interno di una visione olistica della medicina;
di indire periodicamente congressi, simposi e corsi di aggiornamento;
di favorire gli scambi culturali con altre Società scientifiche ed
istituzioni od organizzazioni nazionali e internazionali e,
naturalmente, con ogni cultore della materia;
di costruire i presupposti didattici per l’istituzione di una Scuola
universitaria di specializzazione sia a livello nazionale che europeo;
di sostenere le iniziative di aiuto sanitario ai paesi del terzo mondo;
di studiare l’ambiente, inteso nell’accezione più ampia del termine,
promovendo e sostenendo ogni iniziativa di protezione;
di divulgare i risultati e gli studi delle iniziative in questo campo,
attraverso pubblicazioni e attraverso una rivista della Società.|”
(dall’art. 2 dello Statuto)
La ricerca in Italia
Storicamente, il merito di aver introdotto la pnei in Italia va a due gruppi
di studiosi: quello di Umberto Scapagnini, farmacologo dell’Università di
Catania, e quello di Paolo Pancheri, direttore della III clinica
psichiatrica della prima università romana.
Il gruppo di Pancheri è ancora molto attivo sulla pnei soprattutto tramite
il lavoro, scientifico e culturale, di Massimo Biondi. Sempre alla prima
università romana è attivo un corso di perfezionamento post-laurea in
psicoimmunologia, diretto dall’immunologa Flora Ippoliti.
Il dipartimento di farmacologia dell’Università di Milano da diversi anni,
con Eugenio Műller, sviluppa la ricerca in campo neuroendocrinologico,
mentre con Alberto Panerai e Paola Sacerdote quella sull’influenza delle
endorfine sul sistema immunitario.
Sempre a Milano, Anna Catania dell’Ospedale Maggiore, studia i rapporti tra
l’ormone ipofisario Msh e l’infiammazione.
All’Università di Genova, il gruppo di Maurizio Cutolo studia l’artrite
reumatoide alla luce del sistema dello stress e degli ormoni sessuali.
In Sicilia, il gruppo di Bianca Marchetti del Centro di ricerca di Troina
(Enna), indaga le relazioni reciproche tra ormoni sessuali femminili e
sistema dello stress.
Il gruppo di Claudio Franceschi, immunologo dell’Università di Bologna, è da
tempo leader nella ricerca sulla psiconeuroimmunologia dell’invecchiamento.
Infine, a Locarno, nella Svizzera italiana, Georges Maestroni e Ario Conti
costituiscono un autorevole punto di riferimento per lo studio dei rapporti
tra melatonina e sistema immunitario (f.b.)
Per saperne di più
Ecco poi alcuni testi:
F. Bottaccioli, Psiconeuroimmunologia, red edizioni, Milano 2005;
F. Bottaccioli, Il sistema immunitario: la bilancia della vita,
Tecniche Nuove, Milano 2002;
M. Biondi, Mente, cervello e sistema immunitario; McGraw-Hill, Milano
1997.
Ader, Psychoneuroimmunology, IV ed., Academic Press, S. Diego
2007
Didascalia dell’immagine
Legenda: MSH= Ormone stimolante i melanociti; GH= Ormone della crescita;
IGF-1= Fattore di crescita insulino simile; PRL= Prolattina; MIF= Fattore
inibitorio della migrazione dei macrofagi
L’immagine mostra le complesse relazioni tra sistema nervoso, ormoni e
immunità. La reazione di stress è avviata dall’ormone ipotalamico CRH che
attiva l’ipofisi a produrre ACTH, il quale induce le surrenali a produrre
cortisolo. Sempre dall’ipotalamo partono segnali nervosi che attivano il
locus ceruleus, il quale, tramite il simpatico, determina l’aumento della
produzione di adrenalina, noradrenalina e dopamina. L’insieme delle sostanze
prodotte sotto stress ha un effetto depressivo sull’immunità.
L’immagine mostra anche il diverso effetto di vari ormoni ipofisari sulle
cellule immunitarie, nonché dei neuropeptidi prodotti dalle fibre nervose
vegetative e periferiche.
Infine, le cellule immunitarie, con le citochine, comunicano direttamente
con l’ipotalamo, alterando l’attività del cervello. (f.b.)
Mente, cervello e immunità
di Francesco Bottaccioli*
Un gruppo di studiosi e di ricercatori, della facoltà di medicina della
prima Università e di altre istituzioni scientifiche della capitale, ha dato
vita alla società italiana di psiconeuroendocrinoimmunologia (sipnei), con
l’obiettivo di sviluppare e diffondere lo studio delle relazioni tra i
grandi sistemi di regolazione dell’organismo umano: tra il nervoso,
l’endocrino e l’immunitario e tra questi e la psiche, intesa come identità
emozionale e cognitiva che contraddistingue ciascuno di noi.
I tempi sembrano davvero maturi per valorizzare ciò che già esiste nel
nostro paese e per diffondere la nuova cultura scientifica e medica, che
emerge dagli studi di psiconeuroendocrinoimmunologia (pnei). Studi che sono
in generale crescita. Un esempio per tutti: nei mesi scorsi è uscita negli
Stati Uniti la terza edizione del testo internazionale di riferimento sulla
materia (Psychoneuroimmunology) che ha letteralmente raddoppiato il numero
delle pagine, a testimonianza della crescente quantità di argomenti su cui
la pnei può esprimere punti di vista innovativi.
In che consiste l’innovazione? Sta nell’idea che non sia possibile studiare,
efficacemente, l’attività dei grandi sistemi biologici prima ricordati e
della psiche, separandoli tra di loro. Nella realtà del vivente, essi
s’influenzano reciprocamente, dialogano tra loro, attraverso molecole che,
spesso, solo artificiosamente, vengono assegnate a questo o a quel sistema e
quindi a questa o a quella specializzazione medica.
Un esempio illuminante viene da una molecola celebre, il fattore di crescita
nervoso (NGF in sigla), scoperto da Rita Levi Montalcini. Tradizionalmente,
questa molecola è stata assegnata al cervello, ora, in realtà, si dimostra
un potente fattore stimolante del sistema immunitario.
Addirittura questa molecola è molto importante per la pelle. Nella cute,
infatti, NGF viene prodotto sia dalle fibre nervose, sia da tutte le cellule
del sistema immunitario cutaneo, sia dai cheratinociti, che sono cellule
dello strato superficiale dell’epidermide. Una eccessiva produzione di NGF,
ad esempio, può indurre una iperproliferazione dei cheratinociti e una
attivazione infiammatoria immunitaria (degranulazione dei mastociti). La
conseguenza può essere la comparsa di placche infiammate (eritematose)
tipiche della psoriasi.
In effetti, è sempre più chiaro che lo stesso gruppo di molecole può
fungere, al tempo stesso, da neurotrasmettitori, ormoni e citochine. La
dimostrazione di questo dato è relativamente recente: nella seconda metà
degli anni ‘80 è stata provata la versatilità di molte molecole e anche
l’esistenza di recettori per queste sostanze nelle cellule dei tre tessuti.
In sostanza, abbiamo numerose prove scientifiche che l’organismo umano
possiede un linguaggio unitario che unifica “centro” e “periferia”,
cervello, ghiandole endocrine e sistema immunitario.
L’organismo umano funziona quindi come una rete, un network, che influenza e
può essere influenzato dall’identità psichica individuale.
Con gli studi, pluridecennali, sul sistema dello stress e con quelli, più
recenti, sulla neurobiologia delle emozioni, abbiamo capito che le vie
nervose attivate dalle emozioni sono strettamente collegate a quelle che
attivano la reazione di stress. La quale, dal cervello, con una cascata di
ormoni e neurotrasmettitori, invia messaggi che modificano molte funzioni
dell’organismo: l’equilibrio del sistema immunitario, l’umore e perfino il
metabolismo dei grassi e degli zuccheri.
E’ per questo che non è più stravagante connettere emozioni, traumi, abusi,
cattiva gestione dello stress e malattie di diversa origine ed entità. Così
come non è un salto mortale scientifico, interpretare sintomi fisici
(stanchezza) neurologici (mal di testa, nausea) e psichici (depressione)
come possibile frutto dell’attivazione del sistema immunitario e quindi
dell’infiammazione nel cervello.
Con la Pnei si chiude così la storica separazione, contrapposizione, tra
mente e corpo.
La psiconeuroendocrinoimmunologia studia quindi l’organismo umano nella sua
interezza e nel suo fondamentale rapporto con l’ambiente, nella sua
accezione più vasta. Lo sviluppo delle ricerca in questo campo concretizza
una visione globale, olistica, scientificamente fondata, della medicina, che
consente, tra l’altro, il dialogo e il recupero, attraverso una verifica
scientifica, di tradizioni mediche antiche e non convenzionali, nell’ottica
di una nuova, superiore, sintesi medica.
*past president SIPNEI
Il dialogo dei massimi sistemi
Nella psiconeuroendocrinoimmunologia (pnei) convergono, all’interno di un
unico modello, conoscenze acquisite, negli ultimi settanta anni,
dall’endocrinologia, immunologia e neuroscienze.
Nel 1936, Hans Selye, scienziato di origine ungherese scomparso nel 1982,
dimostrò che la reazione di stress è indipendente dalla natura dello
stimolo. Ricerche successive rafforzarono il concetto dimostrando che lo
stress può essere attivato da fattori fisici (caldo, freddo, radiazioni),
infettivi (virus, batteri), psichici (emozioni, traumi). Indipendentemente
dal tipo di agente stressante, si attiva una cascata chimica che libera
ormoni e neurotrasmettitori dalle surrenali. Negli anni 60 e ’70 si è avuta
la dimostrazione che è il cervello, in particolare una sua area,
l’ipotalamo, a comandare la reazione di stress. Sempre dall’ipotalamo
partono altri segnali che governano la produzione dei principali ormoni:
tiroidei, sessuali, della crescita, dell’allattamento.
A metà degli anni ’70, Hugo Besedowsky, attualmente all’Università tedesca
di Marburgo, dimostrò che la reazione di stress, con l’aumento della
produzione del cortisolo da parte delle surrenali, causa una soppressione
della risposta immunitaria. Fu stabilito così il primo collegamento
biologico tra cervello, stress e immunità. Nella seconda metà degli anni
’80, il fisiologo statunitense Edween Blalock dimostrò che i linfociti,
fondamentali cellule immunitarie, hanno recettori per gli ormoni e i
neurotrasmettitori prodotti dal cervello e che, al tempo stesso, producono
ormoni e neurotrasmettitori del tutto simili a quelli cerebrali.
Più recentemente, sono stati aggiunti altri tasselli che completano il
quadro delle relazioni tra i massimi sistemi del nostro organismo. Assieme
al cortisolo e ai neurotrasmettitori liberati dalle surrenali, altre
sostanze, liberate dall’ipotalamo e dell’ipofisi, entrano nel gioco della
regolazione della risposta immunitaria (vedi l’immagine in questa pagina).
Inoltre, si è dimostrato che le fibre nervose periferiche, quelle che
innervano l’insieme dell’organismo, rilasciano sostanze (neuropeptidi) che
attivano o sopprimono la risposta immunitaria. Al tempo stesso è ormai
chiaro che le sostanze (citochine) rilasciate dalle cellule immunitarie,
viaggiando con il sangue o con i grandi nervi cranici (come il nervo vago),
sono in grado di segnalare fin dentro il cervello e quindi di influenzare
sia le attività biologiche (febbre, fame, sazietà, ecc) sia quelle
psicologiche (ansia, depressione). (f.b.)
Emozioni, salute e malattia
Gli anni ’90 hanno visto una crescita significativa degli studi sulla
neurobiologia delle emozioni. Joseph LeDoux, neurobiologo dell’Università di
New York, ha dimostrato che una emozione primordiale come la paura ha
nell’amigdala il suo centro di attivazione. Quest’area cerebrale riceve i
segnali di pericolo che giungono dalla vista e dall’udito e, al tempo
stesso, tramite i suoi collegamenti con ipotalamo e locus ceruleus, è capace
di attivare il sistema dello stress. L’amigdala si forma precocemente
durante lo sviluppo del cervello e può essere segnata da traumi o eventi
stressanti fin nel grembo materno, alterando e condizionando nel tempo il
sistema dello stress del bambino.
Antonio Damasio, neurologo dell’Università dell’Iowa, nel suo decennale
lavoro su coscienza ed emozioni, ha dimostrato che la tristezza, più della
collera, è capace di attivare intensamente l’ipotalamo e alcune aree
corticali.
La disregolazione del sistema dello stress da parte di emozioni, traumi ed
eventi stressanti in genere, altera potentemente l’assetto e il
funzionamento del sistema immunitario. Se nel breve periodo, il cortisolo,
l’adrenalina e la noradrenalina (catecolamine) hanno un effetto tonificante
anche sull’immunità, nel medio-lungo periodo, queste sostanze collocano la
risposta immunitaria su una posizione (Th2) inadatta a combattere virus e
tumori. Al tempo stesso, la disregolazione dell’asse dello stress può
favorire lo sviluppo di malattie autoimmuni di vario tipo.
Studi recenti dimostrano che anche patologie come l’aterosclerosi,
tradizionalmente concepite come frutto dell’eccesso di colesterolo nel
sangue, sono fortemente condizionate dall’umore: la depressione, con la
sovrapproduzione di cortisolo e catecolamine che spesso accompagna la
malattia, contribuisce ad alterare la parete interna dei vasi, favorendo la
formazione della tipica lesione aterosclerotica.
Infine, i lavori di Robert Sapolsky, neurobiologo della Stanford University,
hanno dimostrato che l’alterazione del sistema dello stress e la
sovrapproduzione di cortisolo, tipiche della depressione maggiore, possono
avere ripercussioni sull’ippocampo, area cerebrale deputata alla formazione
della memoria a lungo termine, inducendo morte dei neuroni e atrofia.
Certo, la risposta allo stress è individuale, è segnata dalla storia della
nostra individualità psicobiologica. Per alcuni, un evento stressante può
essere destabilizzante, per altri galvanizzante. Lo studio delle differenze,
delle “costituzioni”, dei “terreni”, è una delle frontiere attuali della
psiconeuroendocrinoimmunologia. (f.b.)